Borsa del parto in autunno e inverno
Aspettare un bambino è una delle avventure più emozionanti della vita, ma quando la data del parto si avvicina arriva anche il momento di pensare alla valigia per l’ospedale. E se il bebè nascerà in autunno o in inverno, la preparazione richiede qualche attenzione in più. Le temperature scendono, le giornate diventano più fredde e bisogna organizzarsi per accogliere il neonato con tutto il necessario, dal primo cambio alla sua prima uscita all’aria aperta. Ecco come preparare la borsa del parto in autunno e inverno.

La prima cosa da mettere in borsa sono i cambi per il piccolo, possibilmente già divisi in sacchetti e organizzati per giorno. In questo modo anche il papà o chi sarà presente in ospedale potrà trovare tutto facilmente, senza dover rovistare tra body e tutine. Con l’arrivo del freddo, si possono preferire body in cotone a manica lunga e tutine in cotone più pesante o in ciniglia, da scegliere in base alla temperatura degli ambienti e alle indicazioni del reparto. Non è necessario coprire eccessivamente il bambino: il rischio, soprattutto in una stanza ben riscaldata, è che abbia troppo caldo.
Nella borsa del parto è utile inserire:
- 4-5 body, a manica lunga o corta secondo la stagione e la temperatura;
- 4-5 tutine, in cotone più pesante o ciniglia;
- calzini e, se necessari, piccoli completini aggiuntivi;
- una o due mussole di cotone;
- un cappellino leggero, se richiesto dall’ospedale o utile per l’uscita;
- qualche cambio in più, nel caso ci siano rigurgiti o piccoli incidenti.
Le quantità sono indicative: è sempre meglio controllare la lista fornita dal punto nascita, perché ogni struttura può avere richieste diverse. La copertina e il primo outfit per tornare a casa
Il momento dell’uscita dall’ospedale è uno dei più attesi. Con il freddo, però, il look del neonato deve essere soprattutto funzionale. Una copertina morbida, adatta alla temperatura esterna, può essere utile per il tragitto fino all’auto, così come una tutina più calda e un eventuale strato aggiuntivo da mettere solo quando serve.
Attenzione, invece, a non esagerare con piumini e indumenti voluminosi se il bambino viaggia nell’ovetto o nel seggiolino auto: gli abiti molto imbottiti possono impedire alle cinture di aderire correttamente al corpo. Meglio vestire il piccolo con strati sottili, allacciare bene le cinture e aggiungere una copertina sopra le cinture già chiuse, senza coprire il viso.
E se fuori fa davvero freddo? Cappellino e copertina possono essere utili per il breve tragitto all’aperto, ma una volta entrati in un ambiente caldo è importante togliere gli strati superflui. I neonati, infatti, non devono essere né raffreddati né surriscaldati.
Anche la futura mamma ha bisogno di una valigia organizzata con attenzione. Dopo il parto, il corpo ha bisogno di comfort e praticità, che si tratti di un parto naturale o di un cesareo. Via libera a camicie da notte o pigiami comodi, meglio se aperti sul davanti per facilitare l’allattamento, vestaglia, ciabatte, calzini e biancheria morbida. In autunno e inverno può essere utile aggiungere un cardigan o una felpa leggera da indossare negli spostamenti, senza dimenticare che le stanze dell’ospedale possono essere calde.
Ecco gli indispensabili per la mamma:
- 2-3 camicie da notte o pigiami comodi;
- vestaglia e ciabatte;
- mutande comode, anche monouso se preferite;
- reggiseni per l’allattamento e coppette assorbilatte, se desiderati;
- assorbenti post parto, se non forniti dalla struttura;
- asciugamani e prodotti per l’igiene personale;
- cambio per il ritorno a casa, comodo e adatto alla stagione;
- caricabatterie, documenti, tessera sanitaria e cartella della gravidanza.
Chi partorisce con cesareo potrebbe preferire indumenti morbidi che non comprimano la zona dell’incisione. In ogni caso, è bene seguire le indicazioni del personale sanitario e verificare in anticipo cosa viene fornito dall’ospedale.
La regola più importante, soprattutto nella stagione fredda, è non confondere il caldo con il troppo caldo. Il neonato va vestito in modo adeguato alla temperatura, con strati facili da togliere o aggiungere, mentre per il viaggio in auto la sicurezza del seggiolino viene prima di qualsiasi outfit.
Ragazzi e droga
Le dipendenze cambiano, le sostanze si moltiplicano e i ragazzi sono sempre più esposti a rischi che possono avere conseguenze serie sulla salute fisica e mentale. A fotografare la situazione sono i dati del 2025: nei Pronto Soccorso italiani si sono registrati 9.641 accessi per condizioni direttamente droga-correlate, il 15% in più rispetto all’anno precedente. E c’è un dato che preoccupa particolarmente le famiglie: il 10% di questi accessi ha riguardato minorenni. Per ragazzi e droga l’allarme cresce esponenzialmente

Quasi la metà dei pazienti arrivati in ospedale presentava una psicosi indotta da sostanze. Nell’11% dei casi è stato necessario il ricovero e, tra questi, il 17% è stato trasferito in terapia intensiva. Numeri che raccontano quanto il consumo di droghe possa trasformarsi in un’emergenza sanitaria, anche quando a farne le spese sono giovanissimi.
Non si tratta soltanto delle sostanze tradizionalmente conosciute. Nel 2025 il sistema nazionale di allerta ha identificato 92 nuove sostanze psicoattive circolanti in Italia. Un panorama in continua evoluzione, nel quale diventa più difficile riconoscere i rischi e intervenire tempestivamente.
Tra i giovani, inoltre, si osserva sempre più spesso la sovrapposizione tra consumo di sostanze e altri comportamenti a rischio. Un intreccio che può coinvolgere la salute mentale, la vita scolastica, le relazioni familiari e la socialità, rendendo fondamentale la capacità di intercettare precocemente i segnali di disagio.
“Non possiamo più leggere le dipendenze attraverso un unico modello – spiega Claudio Leonardi, Presidente della SIPaD –. Cambiano le sostanze, i mercati, le modalità di consumo e le persone esposte al rischio. Tra i giovani osserviamo sempre più spesso la sovrapposizione di sostanze e comportamenti a rischio; nei servizi e in Pronto Soccorso aumenta invece la complessità clinica. La formazione deve seguire questa evoluzione”.
Un quadro che chiama in causa anche gli adulti: genitori, insegnanti ed educatori possono svolgere un ruolo importante nel riconoscere cambiamenti improvvisi nel comportamento, isolamento, difficoltà emotive o altre situazioni che meritano attenzione. Senza allarmismi, ma senza sottovalutare i segnali di possibile sofferenza.
È in questo contesto che la SIPaD, Società Italiana Patologie da Dipendenza, annuncia in collaborazione con il Consorzio Universitario Humanitas la nascita di Addiction Academy Italia, un polo nazionale dedicato alla ricerca, all’alta formazione e alla divulgazione scientifica sulle dipendenze e sulle problematiche associate.
L’obiettivo è aggiornare le competenze dei professionisti che lavorano in questo ambito, affrontando fenomeni sempre più articolati: dal policonsumo alle nuove sostanze psicoattive, dalla cocaina e dal crack agli oppioidi sintetici, fino alle dipendenze comportamentali, al gioco d’azzardo, al gaming e all’uso problematico delle tecnologie.
“La nascita di Addiction Academy Italia rappresenta un passo importante nella costruzione di percorsi sempre più qualificati nell’ambito delle dipendenze e della salute mentale. La partnership con SIPaD ci permette di mettere a sistema l’esperienza del Consorzio Universitario Humanitas nell’alta formazione, con le competenze scientifiche e cliniche altamente specialistiche di questa realtà. Nuovi Master universitari, formazione ECM, ricerca, eventi e pubblicazioni saranno parte di un ecosistema capace di coniugare conoscenza, aggiornamento professionale e pratica sul campo”, dichiara Antonio Attianese, Direttore Generale del Consorzio Universitario Humanitas.
L’iniziativa prevede anche una nuova rivista scientifica semestrale e indicizzata, The Italian Journal of Addiction Science and Clinical Practice, edita da Carocci e interamente dedicata alle dipendenze e alla pratica clinica.
A rendere ancora più urgente la necessità di rafforzare la prevenzione e la cura è la carenza di personale. Secondo la Fondazione GIMBE, rispetto agli standard necessari per i Servizi per le Dipendenze mancano quasi 1.900 professionisti.
Intanto, nel 2025 i Servizi pubblici per le Dipendenze hanno avuto in carico 131.328 persone, il 3,5% in più rispetto al 2024, mentre le comunità terapeutiche hanno assistito 25.644 utenti. Anche il dato sulla mortalità conferma la gravità del fenomeno: nel 2025 sono stati registrati 249 decessi direttamente droga-correlati, il 7,8% in più rispetto ai 231 del 2024. La cocaina è stata associata al 33% delle morti, mentre oppiacei e oppioidi continuano a rappresentare una quota rilevante degli eventi letali.
Di fronte a numeri simili, parlare di dipendenze significa anche parlare di adolescenti, fragilità e famiglie. Informazione, ascolto, prevenzione e accesso tempestivo a professionisti qualificati sono strumenti fondamentali per aiutare i ragazzi a riconoscere i rischi e chiedere aiuto prima che una situazione di disagio si trasformi in un’emergenza.
Scuole chiuse il 2 novembre: dove si fa ponte?
Il 1° novembre cade di domenica e per molte famiglie il ponte di Ognissanti rischia di trasformarsi in un semplice weekend. Ma non per tutti: in alcune Regioni le scuole resteranno chiuse anche lunedì 2 novembre 2026, mentre in altre gli studenti dovranno tornare regolarmente in classe. Ecco quali scuole saranno chiuse il 2 novembre e dove si fa quindi ponte.

Secondo il calendario indicato, gli studenti potranno restare a casa lunedì 2 novembre in Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Molise, Sardegna, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta.
Ponte più lungo in Veneto, dove la sospensione è prevista dal 30 ottobre al 2 novembre compresi. Anche nella Provincia autonoma di Trento le lezioni saranno sospese lunedì 2 novembre. Nella Provincia autonoma di Bolzano, invece, le vacanze autunnali andranno dal 31 ottobre all’8 novembre: il rientro in classe è previsto lunedì 9 novembre.
Niente ponte, invece, per gli studenti di Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia e Toscana, dove sono previste lezioni regolari. In Abruzzo è prevista una sospensione delle attività didattiche il 7 dicembre, in vista della festività dell’Immacolata.
Il calendario scolastico può prevedere differenze legate alle decisioni regionali e alle eventuali delibere dei singoli istituti. Prima di organizzare un weekend fuori porta o lasciare i ragazzi a casa, quindi, è sempre consigliabile controllare il calendario pubblicato dalla propria scuola. Per molte famiglie il ponte di Ognissanti sarà una piccola occasione per staccare la spina; per altre, invece, la sveglia di lunedì 2 novembre suonerà come sempre.
Timidezza nei bambini: come aiutarli
Si nascondono dietro la mamma, parlano poco con gli altri bambini e alle feste preferiscono restare in disparte. La timidezza nei bambini a volte ci preoccupa: come aiutarli a fare amicizia? Ecco le strategie per incoraggiarli, rispettando i loro tempi.

Il prontuario per aiutare i bambini timidi
1. Non chiamatelo continuamente “timido”
Dire davanti agli altri “Mio figlio è timidissimo” può rafforzare questa etichetta. Meglio dire che ha bisogno di un po’ di tempo per ambientarsi. E lasciamogli la possibilità di parlare e rispondere da solo, senza anticiparlo.
2. Non forzatelo a socializzare
Frasi come “Dai, vai a giocare!” o “Non avere paura!” rischiano di aumentare il disagio. Meglio rassicurarlo: “Restiamo un po’ qui insieme, poi, se vuoi, proviamo ad avvicinarci agli altri”.
3. Cominciate da un amico alla volta
Un gruppo numeroso può intimidire. Organizzate piccoli incontri con un coetaneo, a casa o al parco, proponendo giochi da fare insieme. È più facile rompere il ghiaccio quando si condivide un’attività.
4. Insegnategli come fare il primo passo
Provate insieme alcune frasi semplici: “Ciao, posso giocare con voi?”, “Come ti chiami?” oppure “Ti va di giocare con me?”. Potete anche inventare piccoli giochi di ruolo per aiutarlo a sentirsi più sicuro.
5. Scegliete un’attività che gli piace
Sport, musica, teatro e laboratori creativi sono occasioni preziose per conoscere altri bambini. Avere una passione in comune rende più naturale avvicinarsi e iniziare a parlare.
6. Niente confronti con fratelli e compagni
“Guarda come è socievole Matteo!” è una frase da evitare. Ogni bambino ha i suoi tempi. Meglio valorizzare i piccoli progressi: un saluto, una domanda, un gioco condiviso. Anche questi sono passi avanti.
7. Aiutatelo ad affrontare i rifiuti
Se un bambino non vuole giocare con lui, ascoltatelo senza minimizzare. Spiegategli che può capitare e che non significa non essere simpatico. Si può sempre provare con un altro compagno o in un altro momento.
8. Non trasmettete le vostre ansie
Se mamma e papà vivono ogni festa come un test di socialità, il bambino può sentirsi sotto pressione. Evitate di chiedergli continuamente quanti amici ha conosciuto: domandategli piuttosto se si è divertito.
La timidezza non è un difetto. Se, però, il bambino evita sistematicamente la scuola e le attività sociali, prova una forte paura nel rapporto con i coetanei o soffre per l’isolamento, è utile parlarne con il pediatra e, se necessario, con uno psicologo dell’età evolutiva. È importante anche verificare che non ci siano episodi di esclusione o bullismo.
Non bisogna cambiare il carattere di un bambino, ma aiutarlo a credere in se stesso. Rispettare i suoi tempi non significa lasciarlo solo nelle sue difficoltà: significa accompagnarlo, un piccolo passo alla volta, verso nuove esperienze.
Halloween: maschera fai da te
Manca ancora un po’ di tempo alla notte più spaventosa dell’anno, quella di Halloween, ma per le mamme più creative è già il momento di mettersi all’opera! Organizzarsi in anticipo permette di scegliere con calma i materiali, coinvolgere i bambini e soprattutto inventare qualcosa di originale, senza ridursi all’ultimo momento tra negozi affollati e costumi tutti uguali. Scegliemo una maschera fai da te che non ti aspetti.

Quest’anno, allora, dimentichiamo le solite maschere da vampiro, strega o scheletro. La proposta è decisamente più particolare: una maschera da gufo del bosco incantato, con piume colorate, occhi grandi e un becco dorato. Un accessorio scenografico, perfetto per stupire alla festa di Halloween e facile da realizzare anche con materiali di recupero.
Bastano pochi materiali, molti dei quali probabilmente sono già in casa: un pezzo di cartone ricavato da una scatola, carta velina o cartoncini colorati, forbici, colla, pennarelli e un elastico o un nastrino per indossare la maschera. Per renderla ancora più bella si possono aggiungere foglie di carta nei toni dell’arancione, del marrone, del beige e dell’oro.
Per prima cosa, disegnate sul cartone la sagoma di una maschera che copra la zona degli occhi, con due piccole punte laterali che ricordino le piume del gufo. Ritagliate la forma e praticate due aperture per gli occhi, controllando che siano abbastanza grandi da consentire al bambino di vedere bene.
A questo punto arriva la parte più divertente: decorare la maschera. Ritagliate tante piccole piume dalla carta velina o dai cartoncini e incollatele una accanto all’altra, sovrapponendole leggermente. Potete partire dal bordo esterno e procedere verso il centro, alternando colori e sfumature. Per gli occhi, create due grandi cerchi di cartoncino scuro, lasciando libere le aperture per guardare. Al centro, aggiungete un piccolo becco a forma di triangolo, magari dorato o arancione.
Infine, lasciate asciugare la colla e fissate un elastico o un nastrino ai lati. Prima di indossarla, verificate che la maschera sia comoda, non stringa e non ostacoli la vista o la respirazione. Per i bambini più piccoli, è preferibile evitare elementi piccoli che possano staccarsi e diventare pericolosi.
Se avete voglia di trasformare il lavoretto in un’attività da fare insieme, ogni bambino può scegliere un animale diverso: una volpe, un gufo, un pipistrello o persino una creatura fantastica inventata sul momento. Con un mantello realizzato usando un vecchio lenzuolo o un tessuto recuperato, il travestimento sarà completo senza dover acquistare un costume nuovo.
E perché non organizzare un piccolo laboratorio di Halloween nel fine settimana? Si prepara il tavolo con cartoncini, colori e colla, si lascia spazio alla fantasia e si trascorre un pomeriggio creativo in famiglia.
Disturbi alimentari: segnali da non ignorare
A volte comincia con una dieta, con la paura di ingrassare o con il desiderio di mangiare in modo più sano. Altre volte, invece, il cambiamento è così graduale che mamma e papà se ne accorgono quando il rapporto con il cibo è già diventato fonte di ansia e sofferenza. I disturbi alimentari possono riguardare bambini, adolescenti e giovani adulti, femmine e maschi. Riconoscerli presto è importante, perché intervenire tempestivamente aumenta le possibilità di recupero, come sottolinea anche il Ministero della Salute. Ecco i segnali da non ignorare.

Il primo campanello d’allarme può essere un comportamento che si ripete nel tempo. Il ragazzo o la ragazza comincia a saltare i pasti, riduce sempre di più le quantità, elimina intere categorie di alimenti oppure controlla ossessivamente calorie e ingredienti. Può diventare molto rigido nelle proprie abitudini a tavola e provare ansia, rabbia o senso di colpa quando non riesce a rispettarle.
In altri casi succede il contrario: si verificano episodi in cui si mangia molto e si ha la sensazione di perdere il controllo. Possono comparire anche comportamenti compensatori, come provocarsi il vomito, usare lassativi o fare attività fisica in modo eccessivo per cercare di compensare ciò che si è mangiato. Sono segnali da non sottovalutare, soprattutto se diventano frequenti o vengono tenuti nascosti.
Non bisogna guardare soltanto il piatto o la bilancia. Un ragazzo che sta vivendo un disagio può iniziare a isolarsi, rinunciare alle uscite con gli amici se prevedono di mangiare insieme oppure diventare particolarmente irritabile e chiuso. Può parlare continuamente del proprio peso, sentirsi sempre troppo grasso anche quando non lo è o vivere con grande angoscia ogni cambiamento del proprio corpo.
Anche alcuni sintomi fisici meritano attenzione: stanchezza persistente, capogiri, sensazione di freddo, difficoltà digestive, perdita di capelli e, nelle ragazze, alterazioni o scomparsa del ciclo mestruale. Un dimagrimento evidente è un segnale importante, ma attenzione: un disturbo alimentare può essere presente anche quando il peso è nella norma. Aspettare che il figlio diventi molto magro prima di chiedere aiuto può significare perdere tempo prezioso.
Per un genitore non è facile capire come comportarsi. La tentazione di insistere perché il figlio mangi, controllare ogni boccone o ripetere che dovrebbe smettere di preoccuparsi del proprio aspetto è comprensibile, ma rischia di aumentare la tensione.
Meglio scegliere un momento tranquillo e parlare con affetto, senza accuse. Invece di commentare il peso o l’aspetto fisico, si può dire: “Ti vedo preoccupato e mi sembra che ultimamente tu stia soffrendo. Vorrei capire come ti senti e aiutarti”. È importante ascoltare senza minimizzare, evitare paragoni con fratelli o amici e non trasformare ogni pasto in una discussione.
Il figlio potrebbe negare il problema, arrabbiarsi o non riuscire a spiegare quello che sta vivendo. Non significa necessariamente che non abbia bisogno di aiuto. A volte dietro il silenzio ci sono vergogna, paura e una sofferenza che è difficile raccontare.
Se si notano più segnali, se persistono o se il rapporto con il cibo condiziona la vita quotidiana, è bene parlarne con il pediatra o il medico di famiglia, senza aspettare che la situazione peggiori. Sarà il professionista a valutare il quadro e a indirizzare, quando necessario, verso un’équipe specializzata, che può comprendere medici, psicologi, psichiatri e professionisti della nutrizione.
Non bisogna improvvisare diete, imporre controlli sul peso o pensare che basti la forza di volontà per risolvere il problema. I disturbi alimentari non sono un capriccio né una scelta e richiedono un percorso di cura adeguato. Se compaiono svenimenti, forte debolezza, disidratazione, dolore al petto o altri sintomi acuti, è necessario richiedere una valutazione medica urgente.
Neonato: 5 errori da non fare quando dorme
Quando finalmente il neonato si addormenta, per mamma e papà arriva quel momento quasi sacro: silenzio, luci basse e la speranza che duri il più possibile. Ma proprio mentre il piccolo dorme è importante fare attenzione ad alcune abitudini che possono sembrare innocue e che invece è meglio evitare. Le regole del sonno sicuro sono poche e semplici. E soprattutto valgono sia di notte sia durante i pisolini. Il Ministero della Salute raccomanda di mettere il neonato a dormire sulla schiena, in una culla o in un lettino con materasso rigido e senza oggetti morbidi intorno. Ecco 5 errori da non fare quando il neonato dorme.

1. Metterlo a dormire a pancia in giù
È uno degli errori più importanti da evitare. Anche se può sembrare che il bambino dorma più profondamente sulla pancia, la posizione raccomandata per il sonno è quella supina, cioè a pancia in su. Vale sia per la notte sia per il sonnellino del giorno. Anche i neonati che soffrono di reflusso, salvo diverse indicazioni mediche specifiche, devono essere messi a dormire sulla schiena.
E se il bambino, crescendo, impara a girarsi da solo? Va comunque sempre messo a dormire sulla schiena. Quando sarà in grado di girarsi autonomamente in entrambe le direzioni, non è necessario continuare a rimetterlo ogni volta nella posizione iniziale, purché il lettino sia libero da cuscini, coperte e altri oggetti.
2. Riempire il lettino di cuscini, copertine e peluche
Il lettino del neonato non deve essere un piccolo nido pieno di cose morbide. Anzi, deve essere praticamente vuoto. Niente cuscino, paracolpi, piumini, trapunte, peluche, giocattoli o altri oggetti che potrebbero finire vicino al viso del bambino. Il materasso deve essere rigido, piatto e della misura corretta, con un lenzuolo ben aderente.
Per tenerlo al caldo è preferibile vestirlo adeguatamente o utilizzare un sacco nanna, evitando di esagerare con strati e coperte. Anche il caldo eccessivo, infatti, è considerato un fattore di rischio. Il Ministero indica per la stanza una temperatura intorno ai 18-20 °C.
3. Farlo dormire nel lettone con mamma e papà
È forse l’errore più comprensibile, soprattutto alle tre del mattino, quando il sonno manca e prendere il bambino nel lettone sembra la soluzione più semplice del mondo. Ma per il sonno abituale la scelta più sicura è diversa: il bambino dovrebbe dormire nella stessa stanza dei genitori, ma su una superficie separata, nella sua culla o nel suo lettino.
Il rischio aumenta particolarmente se si dorme con il bambino su divano o poltrona, oppure se l’adulto è molto stanco, ha assunto alcol o farmaci sedativi o fuma. Se il piccolo viene portato nel lettone per una poppata o per essere consolato, l’ideale è rimetterlo nel suo spazio quando il genitore sta per addormentarsi.
4. Farlo dormire inclinato perché “respira meglio”
Cuscini sotto il materasso, riduttori, posizionatori e lettini inclinati possono sembrare una buona idea soprattutto quando il neonato ha il nasino chiuso o tende a rigurgitare. In realtà per dormire la superficie dovrebbe essere piana e non inclinata. Anche in caso di reflusso, inclinare il materasso non è una soluzione raccomandata per il sonno sicuro.
La regola, quindi, è semplice: niente cuscini o rialzi fai-da-te. Se il bambino ha problemi respiratori o un reflusso importante, è meglio parlarne con il pediatra.
5. Lasciarlo dormire ovunque si sia addormentato
Questo capita continuamente: il bambino crolla nel seggiolino dell’auto, nella sdraietta, nel passeggino o in un altro posto dove si è addormentato dopo una poppata. Il problema è che non tutti questi dispositivi sono pensati per il sonno. Per dormire, il neonato dovrebbe essere trasferito nel suo spazio sicuro, con superficie rigida e piana. L’American Academy of Pediatrics sconsiglia infatti l’uso abituale di seggiolini auto, altalene, sdraiette e altri dispositivi da seduti come ambienti per il sonno.
8 segnali di maturità emotiva nei bambini
Come capire se i bambini stanno sviluppando una buona maturità emotiva? Non esiste una formula magica, ma ci sono alcuni comportamenti che possono raccontare molto del suo modo di stare con se stesso e con gli altri. Secondo la psicologa dello sviluppo Lyndsay Gibson, intervistata dalla CNBC, costruire una buona solidità emotiva fin dalla prima infanzia aiuta i bambini a diventare adulti più autonomi, resilienti e capaci di affrontare i cambiamenti. E il ruolo dei genitori è fondamentale: affetto, ascolto, pazienza e rispetto possono accompagnare questo percorso. E allora ecco gli 8 segnali di maturità emotiva nei bambini indicati dalla psicologa.

- È pieno di entusiasmo e vitalità
Si appassiona alle cose che ama, gioca con creatività, fa domande, propone idee e cerca esperienze positive. Per mamma e papà tutta questa energia può essere anche parecchio impegnativa, ma ascoltare le sue idee e incoraggiarlo significa fargli capire che il suo entusiasmo ha valore.
- Conosce se stesso e comprende gli altri
Crescendo, il bambino impara a riconoscere ciò che prova, i propri bisogni e le proprie emozioni. Questa consapevolezza lo aiuta anche a sviluppare empatia, a rispettare i sentimenti degli altri e a comprendere punti di vista diversi dal proprio.
- Sa difendersi, ma sa anche essere ragionevole
Un bambino emotivamente maturo non ha paura di esprimere la propria opinione e di farsi valere. Allo stesso tempo, però, riesce ad ascoltare, collaborare e trovare un compromesso senza trasformare ogni confronto in una battaglia.
- Non ha paura di mostrarsi vulnerabile
Piangere, raccontare una paura, ammettere di essere triste o dire “ho bisogno di te” non sono segni di debolezza. Al contrario, mostrano che il bambino si sente abbastanza sicuro da esprimere ciò che prova, soprattutto con i genitori. Per questo è importante non minimizzare mai le sue emozioni.
- Impara a gestire sempre meglio le emozioni
Con la crescita arriva anche una maggiore capacità di controllare rabbia, frustrazione e stress. Il bambino comincia a capire che ciò che prova è legittimo, ma che non tutto ciò che sente deve necessariamente trasformarsi in un comportamento impulsivo. Impara inoltre che le parole e i modi con cui comunica possono avere un effetto sugli altri.
- Coltiva i propri interessi
Un altro segnale importante è quando il bambino sviluppa passioni e interessi personali: può costruire, disegnare, collezionare, inventare giochi o progettare qualcosa che lo entusiasma. Raccontare ai genitori le proprie idee è anche un modo per costruire creatività e autostima.
- Diventa autonomo e non teme gli errori
Un bambino emotivamente maturo, in base alla sua età, prova a risolvere alcuni problemi da solo, sperimenta e cerca le proprie soluzioni. E soprattutto non vive necessariamente l’errore come un fallimento. Imparare che si può sbagliare, riprovare e trovare una strada diversa è una conquista importante.
- Comincia a vedere le sfumature
Con la crescita il bambino supera gradualmente il pensiero “tutto bianco o tutto nero”. Inizia a capire che le situazioni possono essere più complesse, che ogni scelta può avere delle conseguenze e che non sempre esiste una sola spiegazione. Comincia così a ragionare sul rapporto causa-effetto e a considerare anche le possibili circostanze e i diversi punti di vista.
La maturità emotiva non significa avere bambini sempre tranquilli, obbedienti e senza capricci. Significa accompagnarli, passo dopo passo, verso la capacità di conoscere se stessi, esprimere quello che provano, affrontare le difficoltà e diventare sempre più autonomi. E in questo percorso, per loro, sapere di poter contare sull’ascolto di mamma e papà fa davvero la differenza.

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