Solitudine donne post parto

Mag 04
Scritto da Annamaria avatar

Le donne nel post parto spesso si sentono spaesate, provano una solitudine infinita. Le nuove linee guida firmate dall’Oms, l’Organizzazione Mondiale della sSanità, sottolineano come quando una mamma si senta disorientata, possa chiedere aiuto solo ai famigliari, non trovando sostegno nei servizi di Asl e ospedali. “Ai sentimenti di amore, speranza ed eccitazione si mescolano inevitabilmente lo stress e l’ansia”, afferma la direttrice del dipartimento per la salute materna, Anshu Banerjee.

Si parla poco della solitudine post parto delle donne. Ci sono oltre 60 raccomandazioni nel documento Oms. Le più importanti le ha selezionate per Il Mattino Nicola Colacurci, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), professore universitario e direttore della reparto specialistico al Policlinico Vanvitelli.

Le donne per evitare il rischio solitudine post parto devono partire dalle cure nelle 24 ore dopo aver dato alla luce il bebè e i controlli, almeno tre, da garantire nelle sei settimane successive. “Occorre identificare precocemente eventuali segnali di pericolo”, avverte l’esperto. Il dolore perineale, l’ingorgo mammario, gli screening neonatali, alcuni riguardano le anomalie oculari e le difficoltà uditive, sono le problematiche più comuni. Ci sono poi i programmi di vaccinazione. “E va sostenuto l’allattamento al seno, favorito l’accesso alla contraccezione e promossa la ripresa di una regolare attività fisica”. Per Colacurci si dovrebbe coinvolgere pure il partner anche nelle visite del bambino e prevedere un’assistenza domiciliare periodica: “Potrebbe essere gestita dal punto nascita o dai consultori e permetterebbe di ridurre depressione e ansia che colpiscono il 10-15 per cento delle donne”.

“Alla Vanvitelli abbiamo per ora un servizio di sostegno psicologico su richiesta per le pazienti ricoverate e abbiamo esteso il corso di accompagnamento alla nascita al periodo post-natale con ulteriori tre incontri dedicati. Speriamo che questo sia solo il primo passo verso una presa in carico maggiore”, sottolinea il professore.

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