Mamme e accudimento post parto

In questi giorni si discute molto sulle mamme e l’accudimento post parto. Quel che è successo al Pertini di Roma, dove un neonato è morto soffocato tra le braccia della madre, che si è addormentata dopo averlo messo al mondo, fa sì che si ragioni sul fatto che spesso le donne non trovano risposte adeguate ai loro bisogni nelle strutture ospedaliere.
Le mamme hanno bisogno di un buon accudimento post parto. “L’ospedale ha protocolli rigidi e la donna ha perso la sua unicità – sottolinea Alessandra Bramante, psicologa, psicoterapeuta perinatale e presidente della Società Marcé Italiana per la Salute Mentale Perinatale, al Corriere della Sera – Occorre che la società, i medici, gli ospedali guardino alle donne in modo personalizzato perché non tutte le future mamme e non tutti i parti sono uguali. Per fare un esempio, gli standard ospedalieri prevedono che una donna che partorisce con il cesareo il giorno dopo debba essere in piedi e in grado di occuparsi del neonato, ma non è per tutte così. Se pensiamo a qualsiasi altra operazione, infatti, i tempi di degenza vengono decisi valutando la situazione del singolo paziente. Perché non può essere così anche per il parto?”.
L’accudimento post parto per le mamme torna tema centrale. “C’è una grossa attenzione sull’accudimento, sul fatto che le mamme debbano a tutti i costi essere ‘sul pezzo’: diventare mamme, tornare magre, essere brave mogli e professioniste”, prosegue l’esperta. “Le donne non ce la fanno più, sono frustrate e stanche e, complice il Covid, in questi anni è aumentato il livello di stress, paura e solitudine dei genitori. Arriviamo da un periodo in cui tutti siamo esauriti, se poi si tratta di una donna che ha partorito, magari con un cesareo, la stanchezza è enorme e il periodo, seppur breve in ospedale, dovrebbe poterle dare la possibilità di ricaricarsi, per essere in grado di occuparsi del suo bambino una volta a casa”, precisa.
La Bramante prosegue: “Pensando alla morte del neonato di Roma, quale mamma ha la certezza di non essersi mai addormentata mentre allattava il proprio bambino? Da un punto di vista psicologico una neomamma, nel letto di casa, è più attiva perché viene meno la sorveglianza del personale medico, in ospedale invece deve poter contare su del supporto e certi protocolli rigidi (per quanto validi) – come il rooming-in a tutti i costi – sono un limite e uno stress enorme per alcune donne. Se poi si pensa al momento del parto, è bene che le mamme sappiano che gli eventi traumatici possono capitare, ma torniamo al solito punto: le donne non possono sentirsi soltanto come il mezzo per far nascere il bambino. Si è persa l’attenzione sul valore di ogni donna. In gravidanza la mamma è al centro del mondo, tutte le attenzioni sono rivolte a lei che sta accogliendo il bambino, poi il centro del mondo diventa unicamente il bambino. La mamma viene messa da parte, ma va ricordato che se una mamma non sta bene, ne risente anche il neonato”.
La dottoressa sottolinea: “E qui è il punto: ogni donna è unica. Quando arriva a partorire non sappiamo la sua storia, magari non ha dormito tutta la gravidanza, chiediamole come sta, se ha voglia di avere il suo bambino addosso, se desidera allattarlo. È corretto che ci siano dei parametri standard ma ci dev’essere anche una flessibilità che consenta di rispettare la libertà della donna di decidere per sé e per il suo bambino» sottolinea Bramante. «Per dare le giuste attenzioni a ogni neomamma c’è però bisogno di personale, non possono bastare poche ostetriche in una grande struttura. C’è bisogno di dare a ogni donna attenzioni dedicate e soprattutto va cambiata la narrazione sulla maternità, partendo dal racconto della nascita che non va più descritta in modo semplicistico come una cosa “naturale”, e per questo un evento facile per tutti, e neanche come un momento meraviglioso e indimenticabile. Ci sono altri pensieri ben radicati che non aiutano ad avere una visione realistica della maternità: l’allattamento come esperienza facile, il sonno o le fatiche che si superano facilmente pensando al bebè o e che basti guardare il proprio bambino per amarlo”.
“Una donna appena diventata mamma è sommersa dalle aspettative che si è creata nel tempo per colpa di un’ideale di madre stereotipato, spesso aggravato dalle aspettative del compagno e della famiglia – chiarisce la specialista – E’ evidente che se la donna non si ritrova in questa immagine, non può che sentirsi in difetto quando si sente per qualche ragione diversa dagli standard e inadeguata. Basterebbe smontare l’ideologizzazione che sta dietro il concetto diventare ed essere mamma e capire che ci sono tanti modi per esserlo e tutti validi. C’è chi è nato per fare la mamma a tempo pieno, chi deve trovare spazio per il figlio in una vita piena, è importante ripartire dall’individualità. Per questo, nel percorso nascita, servono nuovi protocolli e regole, ma prima di tutto occorre trovare spazi e modi per ascoltare ogni donna. Forse oggi c’è troppa attenzione solo sul bambino e la futura mamma viene vista come un ‘contenitore’ e poi, come ‘colei che sfama’ il piccolo. In realtà sarebbe fondamentale partire da lei, capire come sta fisicamente ed emotivamente”.
“In Italia si fa fatica a comprendere come una donna possa non sentirsi felice di avere un bambino, ma in realtà il problema parte da lontano. Passano la vita ad avere etichette: devono fare figli a una certa età, se esternano le proprie frustrazioni o sono emotive è colpa degli ormoni, nascono con l’idea di dover soddisfare certi parametri che la società impone, con un accanimento sulla maternità che è fortissimo – dice la Presidente di Marcé – E le donne si stanno stancando, lo vediamo sui social, dove stanno esplodendo racconti di situazioni di sofferenza che poi però – al di là dello sfogo – non trovano un ascolto qualificato, un aiuto concreto. Oggi c’è più consapevolezza dei malesseri che ruotano intorno alla maternità. Si parla di più, non solo di depressione, ma di fatiche, paure, ansia, di problemi di relazione mamma-bambino. Un caso sono i gemelli, in aumento per le tecniche di procreazione medicalmente assistita, che costano alla mamma il doppio di fatica che talvolta porta le neomamme ad accettare con fatica i bambini, anche se fortemente voluti. Gioca un ruolo fondamentale chi sta accanto alla donna. Se è un partner immaturo, non preparato a ciò che sta accadendo, non solo non sarà di aiuto ma alimenterà inconsapevolmente lo stress sulla compagna. Bisognerebbe investire su una nuova genitorialità che tenga conto di entrambi i genitori, dai corsi preparto ai permessi al lavoro, tutto dovrebbe poter essere condiviso e non lasciare che le responsabilità e il peso della gestione quotidiana ricada solo sulla mamma. Già da un punto di vista biologico, la responsabilità è vissuta come un peso maggiore dalle madri. Per fare un esempio concreto: se una mamma va al lavoro e lascia il suo bimbo neonato a casa, il suo pensiero è tutto il giorno per il suo bambino, mentre per il papà è diverso, il pensiero lo avrà sul lavoro. Togliamo un po’ del carico materiale alle mamme, diamo più tempo ai papà per stare in casa, sgraviamo le donne da un po’ di fatiche”.
“Dalla mia esperienza credo che la cosiddetta violenza ostetrica sia peggiorata ma per colpa del poco personale, dai turni, alle situazioni presenti negli ospedali. Va rivisto politicamente e strutturalmente anche questo aspetto, chi accompagna le donne alla nascita dev’essere valorizzato e poter svolgere il proprio lavoro dando tempo di qualità alle mamme e ai loro bambini. La nascita di un bambino è anche la nascita di una mamma – ricorda la psicologa – Chi ha avuto forme di depressione, chi ha avuto disturbi alimentari in giovane età, può ritrovare una riacutizzazione di disturbi pregressi già nella gravidanza dove alcuni sintomi possono essere confusi con quelli tipici dell’attesa. Bisogna che le donne imparino ad ascoltarsi: se, per esempio, l’ansia per il parto è un pensiero ricorrente è fisiologico, se la paura toglie il sonno o la fame può essere un sintomo di un malessere più profondo, meglio in questo caso ricorrere a uno specialista. L’ansia diventa patologica se non toglie la voglia di vivere e fa pensare “non esco”, “ho paura di tutto”, “ho paura per il mio bambino”. E qui ha un ruolo fondamentale anche il pediatra, che deve poter intercettare eventuali disagi della mamma. Un altro limite nel supporto alle neo-mamme è, infatti, la carenza di controlli medici a lei dedicati. Dopo la dimissione dall’ospedale e la visita dei “quaranta giorni”, una neomamma è ancora una volta sola”.
“C’è ancora un’aurea sulla maternità che è vista come la cosa più bella del mondo, con l’idea diffusa che l’amore per i figli scatti subito alla nascita. Ma non per tutte è così, se l’aspettativa è questa, è doloroso e frustrante non sentirsi all’altezza dell’essere diventate madri. Se dopo ore di travaglio un mamma preferisce non tenere il bambino con sé, non significa che non lo ami, magari ha solo bisogno di riposare – conclude Bramante – Occorre ricordare che in gravidanza si alzano i globuli bianchi, che il bambino che incontriamo è comunque un estraneo, perché dovrebbe piacerci subito? Perché non possiamo spiegarlo alle future mamme dicendo che hanno bisogno di tempo, come quando si sono innamorate del loro partner o hanno stretto un’amicizia importante. Basta propinare quest’idea dell’amore che deve partire subito, essere per sempre, essere incondizionato e folle. Questa non è la verità, e se noi continuiamo a farla passare come tale, mettiamo nella condizione tante donne di sentirsi sbagliate. È importante poi distinguere due piani diversi: uno riguarda ciò che si prova (sono arrabbiata con mio figlio perché non dorme), uno ciò che si sente nel profondo (lo odio). Se una mamma si sente arrabbiata con il suo bimbo perché l’ha tenuta sveglia tutta la notte non è solo comprensibile, ma significa che la donna ha validato la sua rabbia, che quel sentimento è superato ed è normale provarlo. Finiamola di raccontare che i figli sono la cosa più bella del mondo. Facciamo tutto per loro, li amiamo i maniera incondizionata e questo non c’entra con l’essere consapevoli del fatto che la vita con loro è più difficile. Bisogna imparare ad ascoltarsi di più ricordando che un figlio non è della mamma, ma è un progetto di famiglia. Nel nostro Paese, invece, un figlio è considerato solo delle madri, sgraviamole da questa responsabilità e avremo madri e figli più sereni”.
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